Acqua nelle civiltà

 

 

 

Acqua nelle civiltà

 

L’acqua nelle civiltà

Nell'antichità Pasqua era considerata unelemento magico e sacro in quanto rappresentava il punto di riferimento di ogni forma di vita. Il lavarsi non serviva soltanto per pulire il proprio corpo ma anche per detergere e purificare l'anima.


Nella lingua sumera "a" significa acqua, ma anche "generazione"
In Polinesia è considerata la materia prima fondamentale
In Cina l'acqua corrisponde al caos da cui tutto ha avuto inizio.


Nella speculazione dei presocratici i quattro elementi sono all'origine del mondo; in particolare l'acqua è all'origine di tutto per Orfeo e per Talete di Mileto (624 -548 a.Q il quale sosteneva che: l’acqua è il principio di tutte le cose; le piante e gli animali non sono altro che acqua condensata e acqua torneranno ad essere dopo la morte".
per greci e latini, l'acqua simboleggia i misteri della vita, dove nascita e morte, passato, presente e futuro si intrecciano: dove sgorgano le sorgenti, e perciò gli spiriti dell'acqua hanno il potere della profezia, sorgono dunque gli oracoli più famosi dell'antichità. Nel mito greco, Poseidone presiede a tutte le acque del mare. Il simbolismo delle acque rivela l'intuizione del Cosmo come unità. Esiodo raccomanda di pregare prima di attraversare unfiume.
A mezzogiorno si evitavano fontane, fiumi, sorgenti, umidità legate a grotte e ombre d'alberi: lì regnavano ambigue le Ninfe.
Il mito della Creazione degli indiani Yuki narra che in principio tutto era acqua, dalla cui schiuma uscì la voce e il canto del Creatore.
Nei miti celtici, caldaie, pentole e calici magici donatori di immortalità sono rinvenuti in fondo al mare o ai laghi.
per gli alchimisti del Medioevo, l'acqua è ciò che scioglie tutto, ricchissima di magia.


L’acqua, nel pensiero simbolico, è legata anche ad altre due importanti metafore: l'albero e il giardino: sacrilego è chiudere una sorgente o tagliare un albero da frutto, Acqua e albero sono presenti nelle visioni profetiche di Ezechiele e nell'Apocalisse. Per gli Ebrei canali d'acqua irrigua sono le trentadue vie della saggezza. Ricchi di acqua viva sono i giardini del paradiso coranico e di quello Terrestre.
La fanciulla nel giardino tra le acque, la fanciulla custodita dal mostro marino, il viaggio dell'eroe tra le acque popolata dai mostri, conducono al tema dall'acqua come simbolo dall'anima. Nelle favole, in fondo ai laghi ci sono castelli incantati dove gli eroi compiono viaggi iniziatici e trovano tesori o principesse, mentre 1e fontane danno vita a immagini di fanciulle.
Per la religione Ebraica, all'inizio della Creazione lo spirito di Yahweh aleggia sulle acque. L'acqua è in ogni caso una manifestazione di Dio, ma può essenza creativa o distruttiva, sorgente della vita come della morte, te acque sono al principio e alla fine di avvenimenti di portata cosmica. Tutto l'antico Testamento esalta il segno di benedizione dell'acqua: il diluvio e il passaggio attraverso il Mar Rosso segnano la sua forza distruttrice ma anche la rinascita, dell'umanità.
Per la religione cattolica, il rituale del Battesimo esprime bene il significato rigeneratore e di purificazione del bagno, e aspersioni d'acqua fredda vengono fatte dai sacerdoti, la mattina di Pentecoste.
Nel culto israelitico, come nella maggior parte delle religioni pagane, l'uso dell'acqua significa un processo di purificazione. Oltre a questa funzione purificatrice, l'acqua ha anche una funzione salvatrice come si vede nel rito del battesimo cristiano. In moltissime religioni, prima della preghiera, i fedeli devono lavarsi.
Nell'antico Messico si praticava unrito simile al battesimo cristiano.
I musulmani possono compiere la loro preghiera rituale solo in unostato di purezza e in unpasso del Corano si legge: "nessuno può rifiutare l'acqua in eccedenza senza peccare contro Allah e contro l'uomo"; per questo popolo del deserto, il libero accesso all'acqua è infatti undiritto di tutta la comunità.
Molte grandi capitali di ieri e di oggi sono nate proprio lunghi i fiumi, basta pensare a Londra, Mosca, Budapest e Parigi


 


 

 

ma ancor prima a Baghdad, la favolosa città sorta in Mesopotamia sulle rive del Tigri, e naturalmente Il Cairo ...

Uno dei primissimi ponti di Roma, il famoso ponte Milvio; pensate che le fondamenta, la base delle sue arcate, risalgono a più di duemila e cento anni

 


La civiltà Egiziana

Per l'antico Egitto il Nilo è stato la spina dorsale del paese


L'Egitto è in pratica una striscia di verde nel deserto, un nastro di vegetazione che costeggia i due lati del fiume lungo il suo percorso. E' infatti lì nel delta che si è concentrata quasi tutta la popolazione egiziana. Le inondazioni del Nilo sin dall'antichità hanno portato il limo fertilizzante nei terreni agricoli e la ricchezza dei raccolti la si poteva prevedere proprio attraverso il livello di piena del fiume che non doveva essere né troppo scarsa ne eccessiva. Sulle rive del Nilo si è sviluppata, lo sappiamo, una delle più grandi civiltà della storia, una civiltà che ha lasciato tracce incomparabili. Grazie ai suoi architetti, ai suoi scultori e ai suoi ingegneri che hanno saputo sviluppare le tecniche di costruzione delle piramidi e anche i sistemi per alzare immensi obelischi e per trasportarli in barca sul Nilo per centinaia di chilometri. Oggi il Nilo sta subendo per la prima volta una drastica divaricazione. E' infatti in pienosviluppo unprogetto per deviare una parte del fiume e portare acqua nelle regioni desertiche dell'ovest creando così un nuovo nastro verde, unEgitto bis per così dire. Il nuovo Nilo nasce dal lago Nasser, il grande bacino idrico formatosi con la costruzione della diga di Assuan, la colossale e per certi versi discussa opera che comportò nel 1968 lo spostamento del famoso sito di Abu Simbel. Il gemello del Nilo risale poi nord-est, costeggia alcune oasi importanti ed infine punta verso El Kantara, una depressione di 137 m sotto il livello del mare che si trasformerà in un altro gigantesco lago. Sulla sponda opposta sorgerà una grande diga con una centrale elettrica in grado di produrre dieci miliardi di Kwat/ora l'anno che regolerà il flusso del fiume nel suo ultimo tratto fino al Mediterraneo. Si prevede che nel nuovodelta sorgeranno ventiquattro nuovecittà. Il primo tratto di 310 km fino all'oasi di El Baris è stato già completato ma anche in questo caso non mancano le polemiche poiché l'Egitto nonè il solo ad abbeverarsi alle acque del Nilo, Dueeentocinquanta milioni di africani indieci nazioni affacciate sul Nilo Bianco e sul Nilo Azzurro si contendono il prezioso liquido, qui prezioso quanto se non più del petrolio. Sudan ed Etiopia in particolare contestano l'attuale sistema di quote e premono sul Cairo per una radicale revisione degli accordi, una situazione che l'estrema povertà delle popolazioni può rendere esplosiva a dire di numerosi esperti che individuano nell'acqua e non più in conflitti etnici, religiosi ne tanto menonel petrolio l'elemento ingrado di scatenare nel terzo millennio tensioni e conflitti tra le nazioni.
Per gli egiziani l'acqua era unsimbolo che sì limitava alle "libagioni" (offerte di bevande versate a scopo sacrificale) e alle "abluzioni" (atti liturgici che si compiono a scopo di purificazione). L’acqua viene impiegata in queste azioni, nonin virtù del suo essere “un liquido trasparente, insipido, incolore, inodore", ma proprio in quanto "acqua", elemento che ha unruolo determinante neimomenti essenziali di vita degli egizi. La grande ossessione di questi era il mantenimento della vita, e per questo motivo volevano che ì loro corpi sopravvivessero alla morte. A tal scopo essi lavavano con acqua e profumi i cadaveri e li mummificavano. per questo popolo l'acqua era il frutto di Osiride, il dio morto e risorto, il quale aveva comunicato ad essa la sua virtù fecondativa. L'acqua è sinonimo di due grandi entità: il Nilo, l'acqua delle inondazioni, e il Nun, l'acqua della vita. Il Nun infatti era l'oceano primordiale da cui erano nate tutte le forme di vita.



Gli egizi pensavano che questo continuasse a scorrere ancora nel sottosuolo e che le sorgenti freatiche fossero il suo riaffiorare sulla Terra. I laghi sacri dei templi permettevano di accumulare quest'acqua e di attingerla; si materializzavano così i "laghi della vita" di cui fanno menzione i testi delle piramidi. Secondo gli egizi l'acqua del Nun diede vita al Sole, che da lì sorge ogni mattino.

 

La Civiltà Greca

Greci e romani utilizzavano le terme comeluoghi di incontri, per scopi ricreativi e curativi, ma anche nelle civiltà egizie ed ebraiche era ritenuta la principale medicina naturale per curare moltissime malattie. Già Ippocrate, vissuto tra il V e il IV secolo a.C. sembra consigliasse bagni, abluzioni, impacchi freddi o caldi ai suoi pazienti.
L'insediamento dei coloni greci nella Magna Grecia avvenne per effetto dei rapidi incrementi demografici nelle città greche di provenienza, o per contrasti scoppiati in esse, o per le attività commerciali, e si sviluppò specialmente in alcune direzioni: i Calcidesi verso la Campania e lo stretto di Messina (Cuma, Velia, Reggio), i Dori nella Sicilia (Siracusa, Agrigento), gli Achei del Peloponneso verso la costa calabra (Sibari, Crotone, Metaponto), gli Spartani verso il golfo di Taranto (ali antichi empori divennero vere e proprie colonie grazie a un'agricoltura che si fece prospera nelle piane dell'entroterra e lungo i corsi d'acqua.
I Greci hanno elaborato il concetto di un padre Cielo e di una Madre Terra, dalla cui armonia viene la pioggia, cibo della Terra, la quale produce cibo per il Cielo.
Il bagno nel mondo greco aveva un grande valore, anche come momento significativo di ospitalità, A Creta, nel palazzo di Crosso, è stata ritrovata la più antica vasca da bagno. Omero scrive:
“Recami, o donna, un'arca preziosa,
 la tua migliore, e pónivi tu stessa
una tunica e un nitido mantello.
Poi mettete sul fuoco un bronzeo vaso
e scaldategli l'acqua; e quando alfine l'ospite sia lavato ed abbia visto qui disposti in bell'ordine quei doni

 

che gli hanno offerti i Feaci,
goda il convito e l'armonia dall'inno...”


La Sibilla di Delfi, sacerdotessa del dio Apollo, pronunciava i suoi responsi accanto ad una sorgente sotterranea. Il santuario greco di Delfi, come molti altri in Grecia, deve la sua origine a fenomeni termali e sorgivi: quelle acque di eccezionale qualità erano per gli antichi acque soprannaturali, perciò i luoghi in cui scaturivano andavano protetti.

 

La Civiltà Romana

Gli antichi Egizi, malgrado i loro splendori, non ebbero città di grandi dimensioni e così gli Assiri, i Babilonesi, i Greci, i Cinesi. Nell'antichità era molto difficile creare delle grandi megalopoli per varie ragioni ma una in particolare, quella di riuscire a dar da bere acqua potabile a unenorme numero di persone ogni giorno e contemporaneamente. Una città di un milionedi abitanti a quel tempo avrebbe creato problemi idrici ed organizzativi irrisolvibili. Ma una civiltà riuscì a realizzare questo exploit, quella romana che rese possibile inepoca imperiale il rifornimento di una città come Roma che contava unmilione, forse un milione e mezzo di abitanti. Il segreto eccolo qui, una serie di immensi acquedotti, può sembrare strano ma nonci voleva molto per costruire un acquedotto.



L'acquedotto Claudio, ad esempio, che è lungo 69 Km, è stato costruito in appena quattordici anni, che è poco considerando l'epoca; l'acquedotto dell'Aqua Marcia invece, che è lungo più di 90 Km, in appena quattro anni. In realtà buona parte del percorso di questi acquedotti è sotterraneo quindi, anziché costruire archi così lunghi, bastava semplicemente scavare e poi bisogna considerare che la manodopera a quell'epoca era molto abbondante e di basso, anzi di bassissimo prezzo. Non esistono acquedotti in linea retta, anzi di solito fanno degli ampi giri nelle campagne romane o lungo i fianchi delle valli, bisognava infatti mantenere la pendenza giusta, l'acqua a Roma doveva arrivare con una certa velocità, doveva essere corrente, ecco perché molto spesso si vedevano degli archi così alti, a volte addirittura due o tre ordini di archi in questi acquedotti,
l'acqua infatti doveva essere in grado di giungere nei punti più elevati di Roma per poi essere ridistribuita nella città e a Porta Maggiore arrivavano più acquedotti, c'erano acquedotti che venivano dalla valle dell'Aniene, altri che venivano dai castelli Romani e l'acqua giungeva qui, confluiva in questo punto e poi veniva ridistribuita dentro la città. C’è da dire però che pochissimi romani avevano l'acqua corrente in casa, la stragrande maggioranza della popolazione infatti doveva ricorrere a delle fontane pubbliche come questa fontana del Settecento, in epoca papalina, che ci da un'idea di come andassero le cose al tempo dei romani perché si aggancia a un acquedotto romano, l'acquedotto Vergine. Avere il permesso di avere l'acqua corrente in casa era molto difficile quindi molti cercavano e riuscivano anche a corrompere gli ispettori, altri invece non ci pensavano su due volte e si collegavamo abusivamente alle condutture ufficiali. I romani avevano raggiunto un altissimo livello dell'ingegneria idraulica, praticamente gli oggetti che facevano erano molto simili ai nostri. Tuttavia anche se rubinetti e valvole erano molto sofisticati le saldature fatte per unirle alle tubazioni lasciavano molto a desiderare, infatti si trattava di saldature di piombo grossolane e non è da escludere che perdessero continuamente. E’ stata questa straordinaria rete di acquedotti che ha consentito all'antica Roma di alimentare le grandiose terme che in epoca imperiale rappresentavano uno dei piaceri della vita degli antichi romani cui non si rinunciava per nessuna ragione.
A Roma esistono ancora oggi alcuni resti monumentali delle antiche terme, nonsoltanto quelle di Caracalla, ma quelle menoconosciute di Diocleziano, di dimensioni ancora più gigantesche. Le terme di Diocleziano seguono lo schema classico derivato da quelle di Caracalla e di Traiano e cioè un lungo muro perimetrale contenente sale, aule, biblioteche che delimitava un'area immensa, pensate, di quasi 400 m per lato e al suo interno c’erano le terme vere e proprie nonché palestre, spogliatoi e un'infinità di ambienti di servizio come sale per conferenze e persine ristoranti.


Come tutte le grandi terme anche quelle di Diocleziano avevano unclassico percorso: si cominciava con una grande piscina, la natatio, con dall'acqua fredda, e poi si proseguiva con il tepidarium e il calidarium). Qui noi ci troviamo in quello che una volta era il calidariun), oggi scoraparso. E’ rimasta una parete di fondo ricurva. Era una sala gigantesca, una sauna per centinaia di persone che si riscaldavano grazie a dell'aria calda che passava sotto il pavimento e attraverso le pareti, pensate che si trattava di ambienti talmente giganteschi che oggi questa semplice parete è diventata la facciata d'entrata di una grande chiesa, Santa Maria degli Angeli. Quello che colpisce appena entrati è questa bellissima cupola che sovrasta quello che una volta era il tepidarium, cioè l'ambiente intermedio fra il caldo e il freddo. Durante il Rinascimento le terme esistevano ancora ma erano totalmente in rovina, erano state totalmente depredate, quindi si vedevano si delle strutture portanti e delle volte ma completamente nude, prive dei marmi, così si decise di ripavimentare il tutto, di ridecorare questi ambienti con stucchi, nuovimarmi e di cambiare anche la funzione di questi ambienti trasformandoli in chiesa. Ma quello che si vede oggi, marmo più marmo meno, deve ricordare quasi fedelmente quelli che potevano

vedere i romani perché gli ambienti sono rimasti gli stessi e per arrivare fin qui al tepidarium bisognava passare attraverso la più grande aula di tutte le terme che oggi costituisce la navata centrale di Santa Maria degli Angeli. Ecco questa era l'architettura grandiosa che venne fatta per Diocleziano, una sala che riassumesse nelle dimensioni la grandezza dell'Impero. Questa sala è lunga 91 metri e larga 27 e l'enorme soffitto con tre volte a crociera si trova a 25 metri dal suolo. Queste terme erano unvero prodigio della tecnica dell'antichità e sorprende oggi vedere cosa fossero capaci di realizzare le maestranze di 1700 anni fa con i mezzi di allora e che tutto oggi sia ancora in piedi.


 

 

La civiltà Mesopotamica


La depressione mesopotamica è una pianura in gran parte costituita dai due grandi corsi d'acqua che l'attraversano, il Tigri e l’Eufrate, che con le loro alluvioni hanno colmato la valle un tempo occupata al mare. Ed è stata proprio l’acqua dei due fiumi l'elemento essenziale per la vita delle popolazioni locali. In acqua è stata infatti canalizzata e portata nelle campagne, sono stati costruiti dei bacini che consentissero di immagazzinare acqua nei periodi di maggiore siccità e sono state regolate le piene attraverso la costruzione di dighe e il commercio sfruttava le due vie d'acqua per l'esportazione e importazione di numerose merci. Sia il Tigri che l'Eufrate, durante il loro periodo di massima piena inondano il terreno che li fiancheggia armando degli acquitrini chiamati hor. Gli hor si susseguono quasi senza interruzione fino alla regione meridionale, dove i due fiumi si uniscono a formare lo Shatt-al-Arab.

 

 

La civiltà Cinese

Secondo la tradizione i Cinesi, intorno al 2000 a.C , scesero dagli altopiani interni nelle fertili pianura del bassopiano, fondando un grande impero. A sud dalla Manciuria si estende la pianura Gialla, attraversata dallo Huang Ho o fiume Giallo, resa assai fertile dal deposito di loess, terra argillosa dal colore giallastro. Una catena montuosa poco elevata separa la pianura Gialla da un'altra pianura alluvionale, quella formata dallo Yang Tze Kiang, disseminata di laghi e paludi e intersecata da una fitta rete di canali. La vallata è chiamata "la tazza di riso" per i suoi ricchi raccolti, ma si coltivano anche frumento, ortaggi e cotone. La maggior parte dei fiumi della regione cinese sono collegati tra loro da numerosi canali che costituiscono non solo ottime vie di comunicazione, ma anche un ottimo sistema per irrigare le campagne durante il periodo della stagione secca.


 

 

Il Fiume Giallo, vaniva detto anche "il distruttore spietato" dagli antichi cinesi; non volle unletto, bensì una pianura! Non sì accontentò di portare la sua acqua al mare, ma volle spingere innanzi a sé una massa di fango quanto nessun altro fiume della Terra! per millenni, dunque, la regione dello Huang Ho ebbe unaspetto simile a quello della Terra il secondo giorno della creazione; nelle gigantesche paludi, negli acquitrini, nei fitti canneti, quei primi abitanti nonpotevano assolutamente né seminare, né mietere, né far crescere alberi o costruire case­. La civiltà delle palafitte ad esempio nonè scomparsa, continua ancora oggi a sopravvivere in certe zone dove l'acqua fa parte integrante della vita quotidiana come ad esempio le risaie cinesi


 

Ci è giunta una leggenda anonima, una triste storia d'amore che narra la nascita del Fiume Giallo:
In Cina, molto tempo fa, viveva un giovane, di nome Huang Ho. Costui era unbel giovane, povero, ma forte come una roccia e snello come ungiunco. Era l'unico che si spingeva su, in lato sulle montagne, per cacciare i cinghiali. Mai egli pensò all'amore, nella sua giovane vita, fino a quando una notte, di ritorno dalla giornata di caccia, si fermò presso il muro di un palazzo, e alzando lo sguardo rimase colpito dalla bellezza del cielo stellato. Si riposò lì qualche minuto, godendosi quella meraviglia. D’untratto, voltandosi verso il muro, ebbe come una visione: una meravigliosa fanciulla, dalla pelle chiara come la luna,gli sorrideva e lasciava cadere su di lui un fiore bianco. Il tempo di raccogliere il fiore, e l'istante successivo la fanciulla sparì dalla sua vista, così come era comparsa. All'inizio ilsuo pensiero fu quello di aver visto una ninfa, un essere soprannaturale. Non gli sembrava affatto una donna come le altre. "Comunque sia, qualunque cosa mi si sia apparsa dinanzi, devo assolutamente rivederla", si disse il giovane uomo, fu così che da allora ogni notte passava sotto quel palazzo, sperando di rivedere quella fanciulla,o qualsiasi cosa ella fosse. Ma lo fece invano. Infatti, per molte sere nessuno si presentò presso quel muro, e Huang Ho stava ormai perdendo le speranze di rincontrare quella persona. Ma proprio la sera che aveva deciso di mollare, la fanciulla riapparve alla sua vista.


Ogni momento che passavano insieme, sentivano il loro amore crescere.
Purtroppo però il padre della fanciulla, era il governatore della provincia in cui si svolgono i fatti. Venuto a conoscenza della passione della figlia per Huang Ho, le impedì di rivederlo, volendola vedere in sposa ad un suo pari. Indisse così una gara di tiro con l'arco, il vincitore della quale avrebbe avuto in sposa la ragazza. La prova consisteva nel colpire al centro una moneta ducata ed appesa a cinquanta passi dall'arciere. Si affrontarono in questa gara, di fronte ad un vasto pubblico, numerosi nobili, che però fallirono miseramente. Ma all'improvviso si presentò un concorrente assai diverso dagli altri, un giovane di basso rango. Era Huang Ho. Il governatore non aveva affatto previsto una cosa del genere, ma in quel momento non si oppose. Il giovane prese posiziona tese l'arco e scoccò la freccia, che si conficcò precisamente al centro della moneta. Aveva superato la prova. Grida di giubilo scossero il pubblico, ma il governatore raffreddò subito gli animi. -Sei stato molto bravo, -disse- ma hai superato solo la prima prova.
La seconda consisterà nell'allontanarsi di altri cinquanta passi e di colpire la freccia conficcata in modo tale da farla uscire-. Il pubblico rumoreggiò, credendo la prova assai ardua e dubitando della riuscita del giovane. Ma Huang Ho non si perse d'animo. Si allontanò di altri cinquanta passi, riprese la concentrazione e scoccò una nuova freccia, che colpì quella nella moneta, facendola cadere. Era riuscito anche nella seconda impresa. Ormai il pubblico
festeggiava il novello sposo, quando con la sua voce il governatore interruppe tutti bruscamente:
-Veniamo ora alla terza ed ultima prova. Dovrai allontanarti di altri cinquanta passi, con una freccia dovrai tagliare la corda che regge la moneta e con un'altra ancora dovrai colpire la moneta al centro prima che tocchi terrai-.
Oramai il pubblico protestava apertamente, ritenendo la prova degna
solo di esseri soprannaturali, e quindi impossibile per un uomo, tanto più per un ragazzo. "Maledetto quest’uomoindegno!", pensò Huang Ho, e in quel preciso
istante tese l'arco e scoccò la freccia in direzione del governatore. Purtroppo questi  che ben conosceva l'arte della guerra, si scostò, e
fu soltanto ferito ad un orecchio.
"Arrestatelo!”, ordinò adirato, ma rapidamente il ragazzo si dileguò, aiutato dal pubblico complice. Huang Ho fuggì nel bosco, dove nessuno potesse raggiungerlo. Qui si fortificò con mesi di allenamento duro, e ormai aveva una forza ferina e la vista di un falco quando decise di tornare ad affrontare il governatore, padre della sua amata. Aveva fame, e decise di cacciare qualche preda per nutrirsi. I sui occhi si posarono su un avvoltoio, scoccò la freccia e
lo colpì in pieno petto. L'avvoltoio, raggiunto da Huang Ho che già pregustava il pranzo, lo implorò:
-Ti prego, risparmiami, ed in cambio ti dirò tutto ciò che vuoi sapere".


Il giovane fu allettato dalla proposta, e mentre liberava il dardo dal petto dell'uccello avanzò la sua richiesta:
-Dimmi dove si trova la figlia del governatore e come sta. L'avvoltoio lo pregò di chiedergli dell'altro per il di lui stesso bene, ma Huang Ho non volle sentire ragioni: o quello o lo avrebbe divorato. L'uccello allora raccontò che il governatore aveva combinato un matrimonio con un nobile, ma che la figlia si era rifiutata decisamente. Allora costui la rinchiuse in una torre in attesa delle nozze, ma la ragazza, pur di non compiere la volontà del padre, si gettò dalla torre urlando il nome di Huang Ho. Il ragazzo, preso da totale disperazione, si consumò letteralmente in unlunghissimo pianto. «Dapprima le sue lacrime formarono un rivolo, poi divennero un ruscelletto, simile a quelli che si trovano in montagna; poi ancora divennero un grande e lunghissimo fiume, dalle acque agitate, che distruggeva ogni cosa al suo passaggio.
Ancora oggi,gli anziani cinesi di quella remota provincia, attribuiscono le piene devastanti dell'Huang Ho, il fiume Giallo, al terribile dolore di unragazzo, che sente della morte della sua amata e della fine del suo amore.

In Oriente la balena è associata al concetto di divinità e di aiuto per la popolazione. In Giappone, ad esempio, era considerata una delle cavalcature del dio del mare. In Vietnam le sue ossa sono venerate come amuleti, perché l'animale è considerato una divinità del mare che guida le barche, aiutandole a salvarsi dai naufragi. La leggenda di Kea si inserisce in questo filone interpretativo.
Il giovane Kea viaggiò nel ventre di unosqualo sino all'isola di Vanoi, isola che egli scoprì popolata solo da donne, le quali procreavano fecondandosi con radici che crescevano lungo il mare. Kea dapprima si nascose, e in seguito rivelò la sua presenza solo a Hina, la capotribù, di cui finì per diventare l'amante. Il loro amore continuò di nascosto dalle altre donne dell'isola. Quando Hina gli disse che per partorire le donne morivano per mano di due divinità venute dal bosco, Kea le spiegò il modo in cui far nascere figli senza conseguenze per la madre e da allora le donne diedero normalmente alla luce i loro figli.
Un giorno Hina e Kea si resero conto che stavano invecchiando; la donna gli disse allora di immergersi nell'acqua secondo un rituale che li avrebbe fatti ringiovanire... ma mentre Hina tornò giovane, il rito nonebbe alcun effetto su Kea. Resosi conto che egli sarebbe invecchiato sempre più, al contrario della sua compagna, decise di far ritorno alla sua isola.
Hina chiamò allora suo fratello Tunua-nui, ovvero Grande Balena, affinchè lo trasportasse fino a casa. Ma giunti lì il cetaceo si arenò e fu preda degli indigeni che lo uccisero e lo mangiarono. In seguito Hina diede alla luce il figlio di Kea. Il ragazzo, una volta cresciuto, chiese di poter andare alla ricerca del padre e la madre glielo concesse, facendolo accompagnare da suo fratello minore, Tunua-iti, cioè piccola Balena. Il ragazzo fu così trasportato nell'isola paterna. Gli indigeni provarono nuovamente a catturare il cetaceo, ma Piccola Balena riuscì a non arenarsi e, anzi, trascinò gli indigeni in mare e li fece annegare, vendicandosi così della  morte del fratello.

 

La civiltà Hindù


Nell’antichità l'acqua era considerata un elemento magico e sacro in quanto rappresentava il punto di riferimento di ogni forma di vita. Il lavarsi nonserviva soltanto per pulire il proprio corpo ma anche per detergere e purificare l'anima.
L'acqua proprio per i beni preziosi che porta ha spesso assunto una dimensione sacra. Un grande fiume può trasformarsi in una divinità come è avvenuto in India. Milioni di pellegrini giungono ogni anno sulle rive del Gange per purificarsi, ritrovare la salute o anche per spargere le ceneri dei loro cari. Ma il potere purificatore del Gange è solo un'illusione, vittima della sua popolarità religiosa e del considerevole inquinamento industriale il fiume muore lentamente. Nonostante siano state installate cinque pompe di depurazione l'acqua ha sempre un'aria sospetta. Il fiume è diventato una fogna a cielo aperto e i pozzi dei villaggi sono contaminati.

 

Lungo i fiumi sono nate le grandi città ma anche soprattutto le grandi civiltà, infatti un fiume noncostituisce soltanto una fonte di acqua ma può diventare anche una linea di difesa per proteggersi dai nemicio una via di comunicazione o di rifornimento o anche una via utilissima per il commercio. Nella preghiera per la pace, infatti si dice:
“Possano tutte te acque essere pacifiche e libere da inquinamenti, oceani, fiumi, acque potabili e piogge. Non ci siano più piogge acide..."
In India e nei paesi del sudest asiatico si usa schizzare d'acqua le statue sacre e i fedeli prima della preghiera. Nei quattro Veda l'acqua è descritta come "incarnazione di Dio", "nettare", "la protettrice della terra e dell'ambiente"-1 saggi nell’Yajurveda pregano così:
"0 Acqua, tu sei fonte del benessere e della prosperità, ciaiuti a divenire forti. Noi guardiamo a te per ricevere indono il dolce nettare su questa terra. “O Acqua, ci rivolgiamo a te per liberarci dalle nostre colpe. Possa l'acqua purificare la terra e la terra purificare me. Possano le sacre acque tenermi lontano dalle colpe. Possano le acque rimuovere le mie cattive azioni....Le acque che generano ogni prosperità sulla terra e nel cielo e quelle che dimorano informe  differenti nell'atmosfera, quelle che irrigano la terra, possano quelle acque essere benevole con noi e benedirci. O Acqua, toccami amorevolmente con il tuo divino essere e produci in me forza,



splendore, intelletto e saggezza."
L'acqua è l'elemento più sacro, in
India come altrove, e l'immagine più evidente della vita è il fiume, che scorre e si rinnova senza sosta dalla sorgente fino al momentoin cui, liberato dai vincoli della terra, sparirà nell'infinito Oceano, dove le sue acque non si distingueranno più dalle altre. La sua esistenza é dunque, come quella dell'uomo, transitoria. Immagine perfetta della teoria indiana della trasmigrazione perpetua delle anime, della ruota infinita delle nascite e delle rinascite, secondo la quale non vi è mai vera nascita né vera morte ma soltanto Vita, che non è altro che un'incessante trasformazione.
Visnu e il serpente Ananta.
Visnu dorme, solitario, sulla sostanza immortale dell'oceano: figura gigantesca in parte sommersa in parte a fior d'acqua, egli assapora il sonno. Non c'è nessuno che lo contempli, nessuno che lo comprenda; nonvi è alcuna conoscenza di lui, fuorché in lui. Questo gigante, "Signore della maya", e l'oceano cosmico sul quale giace sono la duplice manifestazione di una sola essenza: infatti sia l'oceano sia la forma umana sono Visnu. Inoltre, poiché nella
mitologia indù il simbolo dall'acqua è il serpente (naga), generalmente Visnu è rappresentato mentre riposa tra le spire di un serpente prodigioso, il suo animale simbolico preferito: Ananta, "infinito".
I naga sono geni superiori all'uomo. Abitano paradisi subacquei situati sul fondo deifiumi, laghi e mari, in palazzi tempestati di gemme e di perle. Sono custodi dell'energia vitale accumulata nelle acque della terra, nelle fonti, nei pozzi e negli stagni. Naga e Nagini personificano e governano le acque terrestri dei laghi e degli stagni, dei fiumi e degli oceani; le dee dei tre fiumi sacri, Ganga (il (Gange), Yamuna (la Jumna) e Sarasvatì (la Sarasvati); driadi o dee degli alberi (vrksa-devata), patrone del mondo vegetale; elefanti sacri (naga, lo stesso termine usato per "serpenti") che originariamente avevano le ali e frequentavano le nuvole, e che ancor oggi sulla terra serbano il potere di attrarre le loro compagne di un tempo, portatrici di pioggia: tutti costoro concedono ai figli del mondo i doni della felicità terrena - abbondanza di messi e bestiame, prosperità, discendenza, salute, longevità. ( monastero-università buddista di Nalanda India Nordorientale: Visnu protetto dallo"scudo" del naga)

La Luna
In India il terribile calore divorante del sole è considerato un potere letale. La luna, d'altro canto, che dona rugiada rinfrescante, è sede e fonte di vita. La Luna controlla le acque, e queste, circolando per 1'universo e sostentando tutte le creature viventi sono il corrispettivo sulla terra del liquore celeste, l'amrta (affine al greeo ambrosia), la bevanda degli dei. Rugiada e pioggia divengono linfa vegetale, la linfa diviene latte di vacca, e il latte si converte poi in sangue: amrta, acqua, linfa, latte e sangue rappresentano soltanto stati differenti di questo elisir. Il recipiente di questo liquido immortale è la luna.

 


Ganga ( il Gange) è conosciuta come la madre che concede la prosperità (sukkada) e garantisce la salvezza (moksa~dà); rappresenta la gioia in questa vita e la speranza nella vita futura. Lava i peccati di colui il cui cadavere o le ceneri siano affidate alle sue acque e gli assicura una rinascita tra gli dei in unregno di celestiale beatitudine. Il Gange è il fiume prototipo di tutti i fiumi dell'India. Il suo magico potere salvifico è condiviso, solo in grado minore, da tutte le masse d'acqua del paese. Molto prima che i Veda fossero rivelati agli uomini, in un'era che si chiama Treta-yuga e che secondo il computo brahminico sarebbe durata 1.296.000 anni, un re virtuoso, Bali, era riuscito a vincere Indra, il re degli dei, e a estendere il suo impero sui tre mondi dell'uovo cosmico, i cieli, 1' atmosfera e la terra. Allarmati gli dei si rivolsero a unodi loro, Vishnu, la cui funzione era quella di preservare la vita, e gli chiesero di ristabilire l'ordine nell'universo e Vishnu lo fece con "tre passi" scavalcando i cieli e la terra e mandò Bali nelle regioni infernali del Patala.
Fu allora che Vishnu conl'unghia del suo alluce sinistro scavò nel guscio dell'uovo cosmico, permettendo alle acque primordiali di riversarsi sulla terra per rinfrescarla e proteggerla dagli ardori del Patala. Le aeque celesti si sparsero sul monte Meru, l'asse del mondo, che si trova a Nord dell'Himalaya, e si divisero per formare i sette fiumi (septasindhu) che irrigano la terra. Il Gange sarebbe uno di questi fiumi.
Questa è la leggenda più antica raccontata neiPurana, testi antichi, ma la diversità è la costante dall'India ed altre leggende presero corpo. Un'altra leggenda racconta di Shiva che ricevette le acque sul suo capo per imprigionarla neiriccioli della sua capigliatura e frenarne l'impeto, ma nonostante ciò il fiume inondò l'eremitaggio di Jahnu, il quale incollerito lo inghiottì, fu necessario l'intervento degli dei affinché egli acconsentisse a rendere la libertà al Ganga, che potè fuggire attraverso il suo orecchio.
Queste leggende sono però relativamente tarde, poiché gli indoeuropei che invasero il Nord~Est dell'India ignoravano l'esistenza di questo fiume. Per loro, il solo fiume celeste era il Sarasvati, sulle cui rive i primi indiani usavano celebrare cerimonie e fare sacrifici. II fiume divinizzato fu allora associato al Vach, la divinità della parola e del suono primordiale creatore, come pure ai
Veda.


Però un giorno questo misterioso Sarasvati disparve, probabilmente inghiottito dalle sabbie del Rajasthan, e attualmente nonse ne conosce più il corso. Invece lo Yamuna è il grande affluente di destra del Gange, che discende anch'esso dall'Himalaya, e lo accompagna per circa 1.370 km prima di raggiungerlo presso la città di Allahabad, formando con esso (e col mitico Sarasvati) la sacra confluenza di Prayag, uno dei più importanti luoghi di culto in India. (La "discesa del Gange" è un bellissimo bassorilievo che si trova in un complesso di templi hindù a Mahabalipuram, piccola località a sud di Madras sulla costa meridionale del golfo del Bengala.
Un'immensa parete rocciosa ehe misura 27 metri di lunghezza e 9 di altezza).

I comportamenti rituali pervadono la vita quotidiana degli Induisti dall'alba al tramonto. Uno dei più importanti tra i doveri giornalieri dei bramani sono le abluzioni rituali. Questa regola riguarda in particolare il padre di famiglia, che deve praticare la meditazione in casa e deve fare visita al tempio dopo essersi lavato e purificato, per gli Induisti sussiste un pericolo dì impurità, per i membri delle caste superiori lo stato di impurità può durare anche molto a lungo e può essere dovuto a motivi assai diversi; vi sono poi impurità di più breve durata, legate a eventi come la nascita o la morte di un familiare, che possono essere eliminate con cerimonie di purificazione. Nel caso di impurità più gravi, come l'assassinio di un bramano o l'uccisione di una vacca, le cerimonie di espiazione vengono stabilite da un collegio di bramani.

 

La civiltà Islamica

Da tempi remoti gli Arabi abitavano questa terra arida e immensa. Terra grande come un terzo dell’Europa, ma poco popolata e in parte desertica a causa della scarsità delle piogge. Gli Arabi impararono a cercare l'acqua in profondità scavando pozzi, ma quando questa talvolta sgorgava da una sorgente, allora appariva l'oasi, stupenda di verde. Il nomadismo pastorale era il genere di vita che tali condizioni ambientali imponevano.
Tra i miracoli di cui si fa menzione nel Corano vi è lo scorrere di acqua tra le dita di Mohammed mentre i suoi compagni erano assetati e non avevano più acqua se nonquella contenuta in un recipiente. Così Mohammed pose le sue mani nel recipiente e l'acqua iniziò a scorrere tra le sue dita. Così fecero le abluzioni e poi bevvero. Grano in millecinquecento.

Dio disse nel Corano:
"0 (lo stato dei non credenti) è come l'oscurità nel mare profondo, è coperto dalle onde, sopra le quali ci sono onde, sopra le quali ci sono nuvola. Oscurità, una sopra l'altra. Se un uomo stendesse le sue mani, non le vedrebbe..." (Corano, 24:40)
Questo verso menziona l'oscurità che si trova nei mari profondi e negli oceani, nei quali se un uomo stendesse le mani, non le vedrebbe. L’oscurità nei mari profondi e negli oceani si trova a una profondità di circa 200 metri e oltre, A questa profondità, non c'è più luce. Oltre una profondità di 1000 metri la luce è inesistente, L'uomo non è capace di scendere sotto i 40 metri senza l'aiuto di sottomarini o speciali equipaggiamenti, L’uomo non può sopravvivere senza aiuto in questa parte oscura degli oceani, come pure alla profondità di 200 metri.


I musulmani possono compiere la preghiera rituale solo in uno stato di purezza, è necessario che i fedeli eseguano con scrupolosa attenzione le abluzioni rituali o il lavaggio, l'abluzione è obbligatoria per eliminare tracce di orina o dopo i rapporti sessuali. Si eseguono con acqua pura, cioè non mescolata a qualsivoglia
sostanza, pura o impura, che ne modifichi il colore. Un'acqua che un prodotto puro faccia cambiare di colore, sapore o odore resta pura, ma non può servire per le abluzioni e i lavaggi, è necessario lavare quelle parti del corpo che sono solitamente esposte allo sporco, alla polvere o al fumo.
1) Si dichiara l'intenzione che l’atto è eseguito a scopo di adorazione e purificazione.
2) Si lavano le mani fino ai polsi, tre volte.
3) Ci si sciacqua la bocca con acqua tre volte, preferibilmente usando uno spazzolino, se possibile.
4) Si lavano le narici facendovi entrare l'acqua per tre volte.
5) Si lava il volto tre volte con ambedue le mani, se possibile, dal vertice della fronte fino alla parte inferiore del mento e da un orecchio all'altro.
6) Si lava il braccio destro tre volte fino al gomito, poi si fa lo stesso con il sinistro.
7) Ci si bagna tutto il capo o una parte di esso con una mano umida, una sola volta.
8) Ci si bagna l'interno delle orecchie usando gli indici e l'esterno usando i pollici.
9) Cì si bagna il collo, tutto intorno, con le mani umide.
10) Si lavano i piedi fino ai malleoli, tre volte, cominciando dal piede destro.

 

Le civiltà africane

Nelle cultura africana è universalmente diffusa l'usanza di versare acqua per terra, davanti ad una novella sposa, ad un re o semplicemente sulla soglia di casa in giorni particolari, assegnando a questo liquido una pregnanza di significati che rende sacro un gesto di per sé molto semplice. In un continente sotto la perenne minaccia della siccità, i canti per la pioggia e in onore delle acque si ritrovano in popoli diversi e geograficamente lontani:
"Quale Signore trattiene la pioggia ?
Il sole arde su di noi.
L'uomo riuscire a sopravvivere?
perché gli spiriti non ci portano le piogge?
Dove berrà l'uomo?
Cosi l'uomo non può che morire.... "
(Boscimani Kalharari, Africa meridionale)
"Un fiume incrocia la strada,
e la strada incrocia il fiume:
ehi dei due è il più antico?
Molto, molto più antica è la sorgente del fiume.
La sua sorgente è nel creatore.
Santo, Santo Tanno,
creatore degli esseri. "
(Còsta d'Oro, Africa occidentale)



Il M'Bendi è detto altrimenti ritmo del pastore in quanto usato dai pastori per comunicare alle loro mucche quando è il momentodi bere. Il Loufibuline invece, fa da sfondo alle preghiere per la pioggia ed è suonato durante il cammino intrapreso da coloro che sanno da dove questa arriverà e soprattutto quando.

 

 

 

 

 

 

 


La Civiltà degli aborigeni australiani


“Al tempo dei sogni le tribù Arunta, Ilpirra, Kaitish e Unmatjira, che abitavano le aride ragioni a nord e a sud di Alice Springs, costruivano la capanna più grande del villaggio per il Mago della pioggia" Che l'acqua sia unbene preziosissimo è testimoniato da racconti in cui le forze del Bene, portatrici di pioggia, si oppongono a quelle del Male, artefici della siccità. Anche nella cultura australiana si rinviene la storia del grande Diluvio:

 

 

 

 

 

 

 


Ungiorno Tiddalik, la rana più grande del mondo, si svegliò ed esclamò: "Quanta sete che ho!". Uscì dal suo nascondiglio e si precipitò verso il fiume che scorreva nelle vicinanze per fare la cosa più ovvia che possa fare qualcuno che ha sete, bere.
Finqui, nulla di speciale se uno ha sete beve, è normale. Se uno poi è grande e grosso beve di più, è naturale però...
Però la sete di Tiddalik, quel giorno, nonfu normale, nonfu naturale fu semplicemente… inesauribile !!! II fiume se lo bevve tutto, ma proprio tutto, sorsata dopo sorsata; il letto rimase all'asciutto e quei poveri pesci che fino a poco prima nuotavano tranquilli, inconsapevoli della calamità che sarebbe arrivata, cominciarono a boccheggiare per mancanza di ossigeno e si rifugiarono nella fanghiglia muovendo affannosamente e spasmodicamente le branchie alla ricerca disperata di qualche goccia d'acqua... ma molti di loro non ce la fecero e morirono. Comunque ~ penserete voi - Tiddalik si era dissetata più che abbondantemente e invece no. Incredibile a dirsi, essa aveva ancora sete! Corse, barcollando un po' vista l'acqua che aveva in corpo, verso una cascata che scrosciava direttamente dalla roccia viva; spalancò la sua smisurata bocca e non la richiuse finché il rumore dello scroscio non si udì più... quella cascata cessò di esistere, l'aveva prosciugata completamente!
L'enorme rana, ora ancora più enorme, non si fermò lì e proseguì alla volta di un billabong. Facile prevedere il destino di quel laghetto... risucchiato anch'esso come quel fiume e quella cascata! Stesso destino per un altro fiume e poi un altro ancora! E così fu per un altro billabong no... due billabong, tre billabong... quattro billabong... oh cielo, quanti billabong! E poi un lago grande, grande come  il mare! Oh cielo, quanta sete !!!  Ben presto tutta l'acqua dolce del mondo andò a finire in quella enorme gola assetata che sembrava non avere fondo.



Infine, ormai così piena di acqua da non poter minimamente fare un movimento, Tiddalik si appoggiò piano piano tra i fianchi di due montagne grandi come lei e si addormentò finalmente dissetata. Cominciò a russare ma il rumore che usciva da lei non era quello di un normale russare, era piuttosto un oscuro gorgoglio cupo e sommesso, quasi sinistro, come un ribollio proveniente da un enorme cratere. Tutti gli animali, comprese altre rane, cominciarono ben presto a sperimentare sulla propria pelle gli effetti della sete di quella insaziabile creatura la cui grandissima ombra, ormai, ricopriva la terra per chilometri come se fosse tornata improvvisamente la notte. Essi avevano tanta sete ma non avevano più di che dissetarsi perché tutta l'acqua dolce era andata a finire dentro quel gigante la cui pelle era così tesa e traslucida che si potavano vedere parsine le onde e le increspatura che l'acqua disegnava ad ogni suo respiro. Sì potavano scorgere addirittura i pesci e gli anfibi che, risucchiati dal vortice provocato da quella enorme bocca spalancata, erano rimasti intrappolati incapaci di sfuggire alla smisurata pressione della sua forza aspirante. Il sole era ormai alto nel cielo e le poche pozzanghere che erano rimaste dopo il passaggio di quella rana assetata presto evaporarono lasciando una specie di limo denso ed appiccicoso. Non una nuvola si vedeva in quel cielo dì un azzurro quasi accecante, nemmeno uno straccio di nuvola... la pioggia non sarebbe scesa per lungo tempo. La siccità era in agguato e, con essa, sofferenza e morte per tante creature ridotte allo stremo. Non si poteva andare avanti così ancora per molto; bisognava trovare una soluzione a quel problema e subito. Il vecchio e saggio Wombat chiamò a raccolta tutti gli animali del
bush per un consiglio straordinario. "Amici" esordì "Quell'ingorda rana ci ha tolto tutta l'acqua, moriremo di sete se non si troverà una soluzione al più presto". "Cosa fare?" chiese l’ornitorinco "Io nell'acqua ci vivo, non posso rinunciare alle mie nuotate quotidiane". "Dovremmo ucciderla e tagliarla in due per fare uscire tutta l'acqua?" chiese il bandicot. "Io potrei bucarla con i miei aculei!" propose l'echidna.


"No" rispose il saggio Wombat "Niente violenza, ci vuole l'astuzia..." Detto questo sì mise a pensare camminando su e giù e, dopo tanto pensare... "Ho trovato!" gridò "Facciamola ridere!" "Ridere?" chiese stupito il Wallaby. "Sì, ridere, ridere a crepapelle!" rispose il Wombat "Ridere a crepapelle?" chiese il kookaburra "E' la mia specialità ridere e far ridere gli altri!" "Sì amici" proseguì il vecchio Wombat "Se noi la facciamo ridere essa, piena com'è ributterà fuori tutta l'acqua che ha in corpo. E' l'unico sistema per riprenderei quello che lei ci ha rubato".
L’idea sembrò essere l’unica soluzione possibile ed ognuno degli animali presenti si ingegnò, come meglio poté, per riuscire nell'intento non facile di provocare nell'enorme anfibio addormentato una risata così fragorosa e prorompente da far fuoriuscire l'acqua.
Ma prima avrebbero dovuto svegliare Tiddalik da quel sonno, ho fecero solleticando i suoi grandi piedi e poi, chissà, quel solletico avrebbe potuto anche farla ridere risolvendo perciò il problema ancora prima. Tiddalik non rise di quel solletico ma si destò e questo fu già abbastanza; intanto, anche se intontita e incapace di muoversi dal grande peso che portava dentro, avrebbe potuto assistere allo spettacolo che tutti gli animali avevano preparato per lei. Accadde di tutto, ma proprio di tutto in quell'angolo remoto di mondo. Gli animali sembravano impazziti; ognuno cercava di fare  qualcosa che fosse assolutamente il più divertente possibile. Il canguro prese a saltare sopra l'emù senza fermarsi. Saltava di qua e di là scavalcando il pennuto con grande agilità ma la rana sembrò non degnare della minima attenzione gli sforzi di quel canguro saltellante. Anzi, i suoi occhi stavano già richiudendosi dal sonno. Il kookaburra, allora, volò vicino alle orecchie di Tiddalik per farle meglio sentire tutte le storielle divertenti che lui aveva da raccontarle ma rideva solo lui di quelle storielle… tutto quello che fece la rana fu guardarlo con sufficienza con occhi inespressivi ed annoiati. L'ornitorinco si mise a girare su se stesso ma alla fine si dovette fermare perché anche la sua testa girava. Una grande lucertola, allora, si arrampicò su una roccia per essere ben visibile agli occhi di Tiddalik e, ritta sulle zampe posteriori, cominciò a gonfiare la pancia. Tiddalik, a quella vìsìone, fece un risolino ed un fiotto d'acqua defluì dalla sua bocca. "Funziona!!!" gridarono gli animali dal basso "Continuiamo così, dai.  Vedrete che tra un po' riderà". Innumerevoli furono i tentativi per far ridere la grande rana ma nessuno riuscì in quell'intento. Il tempo passava e Tiddalik rimaneva seria, tutt'al più si limitava a fare qualche sorriso ebete ed inefficace. Dovevano forse rassegnarsi tutti a morire di sete? Fu questo che gli animali pensarono sfiduciati e stanchi di tutti quei tentativi andati a vuoto. Stavano per arrendersi all'evidenza quando, a sorpresa, si fece avanti l'anguilla Nabunum che ~ rimasta rannicchiata nel suo anfratto dove l'ombra aveva salvato la piccola pozzanghera in cui si trovava - offrì la sua collaborazione. "Cosa?!?" si chiesero tutti stupiti "Un'anguilla che pretende di far ridere la rana?" "Ah ah ah" rise il kookaburra "La cosa fa sì ridere ma soltanto perché è talmente assurda..." "Come pretende costei di riuscire nell'intento quando noi non ci siamo ancora riusciti, dopo tutti gli sforzi fatti?" aggiunse il canguro. "Vai via anguilla!" gridò infine la lucertola. "Lasciate provare anche Nabunun" disse il vecchio Wombat e gli astanti non osarono replicare. Nabunun, incurante degli sguardi ironici dei presenti, cominciò a danzare. Dapprima i suoi movimenti furono aggraziati e lenti poi sempre più veloci. Infine essa si mise a girare come, una trottola, sempre più veloce sempre più veloce», e la rana rise.  Rise a più non posso, rise convulsamente, rise da morire ed una smisurata quantità d'acqua uscì prepotentemente da essa inondando il bush. Tiddalik rideva e rideva senza fermarsi mentre l'acqua rifluiva nuovamente nei fiumi, nelle cascate, nelle fonti, nei laghi grandi e piccoli. Gli animali cercarono di ripararsi da quell'inondazione scappando da tutte le parti ma erano troppo felici di riavere quel prezioso e vitale elemento. L’idea del saggio Worabat aveva funzionato, Tiddalik aveva riso e l'acqua era tornata al suo posto. L’unico pensiero che rimase per sempre nelle menti di quelle creature, fu la tenace speranza che a Tiddalik non venisse più una sete come quella che aveva rischiato di farli morire tutti.

 

 

La Civiltà degli indiani d’America


Per le tribù del Nord America anche l'acqua è permeata dello Spirito che permea tutti gli esseri viventi, uomo compreso. L'arrivo delle piogge era atteso e invocato con canti:
" ...E loro chiederanno pioggia, alzando le mani in direzione dei punti cardinali. Poi gli artefici della pioggia invieranno il loro vaporoso respiro e grandi nuvole cariche d'acqua giungeranno da lontano sino a noi. Coccoleranno il mais, scenderanno e lo abbracceranno con la loro acqua rinfrescante, con la loro pioggia rivitalizzante. E là dove sbocca il sentiero la pioggia sarà come un torrente,


trascinerà sabbia e fango, laverà le tegole delle montagna, trasporterà a valle i tronchi. Da tutte le montagne scorrerà acqua, i solchi di nostra madre, la terra, si riempiranno d'acqua. Che avvenga così:questa è là mia preghiera. "
(preghiera per la pioggia, Zuni)
Anche per gli indiani d'America esiste la leggenda del diluvio universale:
Una tribù di Jibari doveva glorificare una festa. Ordinarono dunque ai giovani di andare a caccia, per rifornirsi di carne. I giovani entrarono nella foresta, fecero il loro accampamento sotto un albero e andarono a cacciare. Uccisero moltissimi animali e li appesero ai rami dall'albero sotto cui dormivano. Il giorno dopo, all'alba, ripresero la battuta. Non lasciarono nessuno a sorvegliare le prede. La foresta era silenziosa e deserta, era il loro territorio di caccia, non c'erano altri uomini per molte giornate di cammino. Tuttavia, quando tornarono, le provviste del giorno precedente erano sparite. Il terzo giorno avvenne la stessa cosa. Allora uno di loro volle restare per scoprire il ladro e si nascose dietro un cespuglio. Quando tutti furono partiti, un enorme serpente scivolò fuori da una cavità dell'albero a cui erano appesi gli animali morti, li divorò, uno ad uno. Per ucciderlo, decisero di dare fuoco all'albero in cui era nascosto il serpente, e questi cadde nel falò. Uno dei giovani cacciatori, aveva molta fame e prese un pezzo di carne abbrustolita del serpente, ma appena finito di mangiare avvertì una grande sete, per dissetarsi bevve tutta l'acqua dell'accampamento, ma la sua sete non era placata, si recò alla fonte vicina, e la prosciugò. Ma la sete continuava a tormentarlo per cui si recò al lago, ma per quando bevesse la sete non si placava. Il giovane era disperato, si trasformò in rospo, poi in lucertola ed infine in un serpente. Tutte queste trasformazioni avvennero rapidamente e sotto lo sguardo incredulo del fratello, che cercò di trascinare via il fratello-serpente fuori dal lago che iniziava a crescere e a traboccare. Il fratello- serpente avvertì il giovane che il lago sarebbe cresciuto e che le acque avrebbero coperto il mondo ed aggiunse:
- Corri al nostro villaggio ed avverti tutti di mettersi in salvo. Tu arrampicati in cima alla montagna più alta e porta con te una zucca, e quando l'acqua avrà raggiunto la cima della montagna arrampicati sulla palma più alta.
Il giovane corse via, raggiunse il suo villaggio e ripete le parole del serpente, ma nessuno volle credergli, ed iniziò da solo ad arrampicarsi sulla montagna più alta. L’acqua del lago aveva già invaso la pianura, le foreste erano già sommerse. Dalla cima della montagna egli poteva vedere solo una distesa d'acqua che continua a salire, egli fu costretto ad arrampicarsi sulla cima della palma più alta come gli aveva detto il fratello. Dopo alcuni giorni l’acqua incominciarono a ritirarsi, anche il livello del mare scendeva, piano pian apparvero le cime delle montagne, degli alberi ed infine, il terreno ricoperto di fango, dall'altro della montagna il giovane guardava gli uccelli divorare i cadaveri degli uomini che affioravano dalla melma. Scese dalla montagna e si recò al lago dove il fratello-serpente lo aspettava per portarlo con lui.


La civiltà nelle oasi

L'oasi di Timimun, situata ai bordi del Grande Erg Occidentale, alimentata dalle "foggara”, veri e propri tunnel sotterranei lunghi decine di chilometri, scavati dall'uomo per catturare l'acqua imprigionata nel sottosuolo. Sembra incredibile, ma in effetti sotto il Sahara esistono fiumi sotterranei ed enormi bacini idrici, A Timimun, queste vasche interrate vengono alimentate dalla condensazione notturna dell'umidità e dalle piogge che cadono a nord, sopra i montì dell'atlante. I corsi d'acqua che si formano non hanno sbocchi sul mare e finiscono per infiltrarsi nella falda sotto la sabbia che, come una enorme massa spugnosa, trattiene l'acqua sottraendola all'evaporazione: gli studiosi hanno calcolato che questi flussi sotterranei raggiungano l'oasi dopo un lento e lunghissimo viaggio che dura 5 mila anni.

La cosa più stupefacente è che le foggara non sono semplici canali drenanti che trasportano l'acqua, ma la producono esse stesse per capillarità e per condensazione sulle loro pareti. Sono vere e proprie miniere di umidità in grado di generare l'acqua dalla sabbia del deserto. Lungo i percorsi delle foggara, i "maestri dell'acqua" si calano in pozzi appositi per portare via la sabbia e le pietre che ostruiscono il flusso: è un'operazione laboriosa, senza mai fine, ma è indispensabile per garantire giorno dopo giorno nuova linfa vitale per i palmeti e i villaggi.
Naturalmente le oasi non sono tutte uguali come non lo sono i sistemi idrici che le alimentano. A Ghardaya, nella valle del Mozab, per esempio, l'acqua scorre sotto il letto asciutto di un antico fiume. Oltre un milione di palme da dattero vengono irrigate grazie ad una sofisticata struttura che gestisce il flusso sotterraneo, un capillare sistema di dighe, sbarramenti e pozzi che canalizzano, smistano e dosano l'acqua.
Ogni tre o cinque anni poi, quando il fiume si risveglia con piene improvvise, la gente dell'oasi apre i condotti di grandi vasche artificiali per accumulare le riserve e assicurarsi in questo modo fino all'ultima goccia di pioggia. In altre oasi, come quelle che si trovano nella regione del Souf, dove la falda freatica è molto vicina alla superficie, i contadini hanno ideato un altro metodo ingegnoso per bagnare i palmeti: anziché irrigare la superficie con pozzi e canali, scavano per le palme dei veri e propri crateri, in modo tale che queste possano raggiungere direttamente con le radici l'acqua della falda: uno stratagemma che evita le dispersioni dovute all'evaporazione e offre alle piantagioni una valida protezione contro il vento e la sabbia. Quando l'acqua arriva nei palmeti, una grande pietra a forma di pettine ripartisce la quantità alla quale ciascun fellah ha diritto, secondo le dimensioni dell'orto.
L'acqua scorre per effetto della pendenza in un fitto dedalo di ramificazioni, ponticelli e piccoli ripartitori, fino a raggiungere le colture da irrigare. Il calcolo e la divisione del flusso è affidato ai vecchi saggi, che si tramandano da secoli i segreti di questa complessa tecnologia idraulica. Un sistema estremamente rigido, organizzato dalla moschea, fa sì che la spartizione dell'acqua sia equa. In alcune oasi, per stabilire la durata del turno d'irrigazione, esistono delle vere e proprie sentinelle: fino a non molto tempo fa queste erano dei ciechi che si servivano di un orologio ad acqua, una specie di clessidra composta da un secchio bucato; il tempo di scorrimento stabiliva la durata di apertura delle chiuse e il rumore delle ultime gocce segnalava che il turno era finito. La stessa architettura dei giardini contribuisce a preservare la fertilità della terra. Le chioma delle palme, a forma di ombrello, trattengono l'umidità del terreno, mantenendo un microclima favorevole alle colture. Ciò permette di far crescere una grande varietà di ortaggi, ma anche piante da frutta, come i mandorli, le prugne, i fichi, gli agrumi, i melograni, tutti alberi selezionati e curati con antica sapienza. Coltivare frutta e verdura nel deserto ha del miracoloso Infatti, questi rigogliosi giardini vengono chiamati jenna, che in lingua araba vuoi dire paradiso.
Uno dei piatti tipici nelle piccole oasi algerine è il couscous con datteri e pesce. All'interno dei canali d'irrigazione del palmeto vive infatti una miriade di minuscoli pesciolini.
Hanno imparato ad adattarsi alla durezza del deserto, cibandosi di spore trasportate dal vento e di microscopiche alghe. Sopravvivono persine in piccole pozze fangose e quando queste si prosciugano, si appallottolano nella terra e vi resistono per giorni, protetti da una crosta di fango che conserva un poco di umidità. Finche la gente delle oasi ha adottato simili espedienti e nelle ore più arroventate della giornata si rifugia in fresche abitazioni, edifici semplici, costruiti con tronchi di palme e mattoni di terra cruda. I canali delle foggara, fatti passare sotto i pavimenti, portano il fresco nelle stanze. Le finestre sono rare e piccole, i locali avvolti nella penombra. In alto le terrazze sono protette da tele o incannicciate per far filtrare solo un poco di luce. Persino le stradine e i vicoli del villaggio in realtà non sono altro che lunghi e bui corridoi costruiti per difendersi dal vento e dal sole. L'intricata trama di questi cunicoli si apre solo sulla piazza della moschea, il cuore pulsante dell'oasi. Qui i contadini si ritrovano per pregare cinque volte al giorno, richiamati dalle grida dei muezzin. Il vento trasporta le loro voci e le disperde come sabbia nell'aria.
Oltre che nel Sahara, le oasi sono diffusa in tutti i deserti che hanno avuto un'elevata presenza storica umana: le troviamo nei deserti dell'Arabia, nel Gobi e in generale lungo tutta la via della seta. In timbrica Latina ci sono forme precolombiane di oasi chiamate Hoyas (nel deserto peruviano) e forme, importate dalla colonizzazione gesuita (nel deserto messicano). Tuttavia riferendosi a un modello allargato di oasi, inteso come tipo di insediamento che in un ambiente sfavorevole riesce a volgere a proprio favore le rare risorse creando nicchie di vivibilità, si può parlare di oasi anche per ambienti non propriamente desertici.
I Sassi di Matera, ad esempio, possono essere considerate "oasi di pietra" per la capacità di creare scavando nella roccia possibilità di captazione idrica e di abitazioni adatte alle condizioni climatiche. Esistono anche città-oasi come Shibam nello Yemen e Petra in Giordania e oasi di montagna negli altipiani tibetani. Oppure oasi religiose come quelle della Cappadocia e dell'Etiopia. Paradossalmente anche nelle foreste pluviali dello Yucatan dove le condizioni carsiche rendono impossibile l'esistenza di acque superficiali, gli antichi insediamenti Maya sono sistemi oasiani basati sulla raccolta di acqua piovana.
preservare questi ecosistemi e comprendere la loro organizzazione significa trarre preziose indicazioni su come è possibile gestire i problemi idrici e ambientali che colpiscono l'intero pianeta Terra che, in fondo, è la nostra piccola oasi nel cosmo.

 

Fonte :http://www.scuolepie.it/scuolepie/progetti/ACQUA/Ambito%20Storico/L%27acqua%20nelle%20Civilt%C3%A0.doc

 


 

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