Infinito Leopardi

 

 

 

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Infinito Leopardi

L'INFINITO
L'analisi dell'idillio non può prescindere dalle considerazioni espresse nello Zibaldone nel 1820 circa la "teoria del piacere". Leopardi si interroga sulla "tendenza nostra verso un infinito che non comprendiamo" e ne trova l'origine in una "cagione semplicissima, e più materiale che spirituale": l'osservazione non è di poco conto, se consideriamo che, trascurandola, si corre il rischio di interpretare l'esperienza descritta nell'Infinito in chiave mistica, come propose il De Sanctis. Al contrario "l'avventura dell'animo" si configura come la conquista di una dimensione prelogica attivata da un limite materiale.
Leopardi, dunque, nel passo dello Zibaldone sottolinea l'uguaglianza dei termini "felicità" e "piacere", ricorrendo però piuttosto a quest'ultimo perché tipico del Sensismo. L'uomo, egli dice, aspira ad un piacere che non abbia limiti "né per durata né per estensione", ma nella realtà i piaceri sono tutti "circoscritti" ("il fatto è che quando l'anima desidera una cosa piacevole, desidera la soddisfazione di un suo desiderio infinito, desidera veramente il piacere, e non un tal piacere"). "...esiste nell'uomo una facoltà immaginativa, la quale può concepire le cose che non sono, e in un modo in cui le cose reali non sono": dunque il piacere infinito "in numero, in durata, in estensione" che l'uomo non trova nella realtà può trovarlo nell'immaginazione. Essa è caratteristica dei fanciulli, e "non può regnare senza l'ignoranza, almeno una certa ignoranza come quella degli antichi ": fanciullezza e stato primitivo significano una condizione che precede l'uso della Ragione (si è detto prima prelogica) e dunque una conoscenza basata sui sensi.
Questo abbandono dell'attività razionale è necessario perché "la cognizione del vero, cioè dei limiti e definizioni delle cose, circoscrive l'immaginazione": in sostanza se il piacere è frutto dei sogni partoriti dall'immaginazione, il logos è distruttivo perché rivela la triste condizione dell'uomo costretto ad agognare ciò che nella realtà non può conseguire.
Se il reale svelato dalla Ragione è male, dolore, noia, non resta che la fuga nel passato (la "rimembranza" dello stato giovanile pieno di sogni e aspettative) e nel futuro (le speranze create dall'immaginazione). L'Infinito è l'espressione poetica di questa tensione, un'esperienza di fuga dalla razionalità alla ricerca del piacere che solo all'attività immaginativa è consentito raggiungere.  Un ostacolo materiale (la "siepe") impedisce lo sguardo ed attiva l'immaginazione che altrettanto materialmente disegna nella mente del poeta ("mi fingo")  "interminati/ spazi... sovrumani/ silenzi e profondissima quiete".: la reazione non può che essere quella del primitivo o del fanciullo di fronte all'ignoto, ed è reazione, la paura, che prescinde dall'attività razionale. La scoperta dell'infinito è conquista dei sensi (si considerino la visione ostacolata, i riferimenti all'udito, gli aggettivi dimostrativi "questo/ quello"), non del logos, anzi l'excessus mentis, la morte della ragione, espressa nello spaurirsi del cuore, è condizione imprescindibile.
Il pensiero si "annega" completamente nel "mare" delle sensazioni, il fantasticare consente allora di conseguire il piacere ("m'è dolce") e ogniqualvolta il poeta potrà perdere se stesso ("naufragare") di fronte a un limite materiale (la "siepe") ripeterà l'esperienza piacevole ("sempre caro"). 

 

Fonte: http://www.liceogrigoletti.it/docenti/doc07/files/infinito.doc

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                        POESIA L’INFINITO
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
De l'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e 'l suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.

 

PARAFRASI             

Mi è stato sempre caro questo colle solitario e        

questa siepe che l'orizzonte esclude. Ma quando

mi siedo e osservo spazi interminati e silenzi, in

tutta quella quiete, mi nascondo nei pensieri, e il

cuore si spaventa. E come il vento soffia tra gli

alberi, io penso a questo silenzio infinito, e

ricordo il tempo passato e quello presente e vivo

e il suo rumore; Così, in questa immensità il

mio pensiero affonda: e naufragare in questo

mare sterminato è dolce.

 

 COMMENTO
Mi è stato sempre caro questo colle solitario e        
questa siepe che l'orizzonte esclude. Ma quando
mi siedo e osservo spazi interminati e silenzi, in
tutta quella quiete, mi nascondo nei pensieri, e il
cuore si spaventa. E come il vento soffia tra gli
alberi, io penso a questo silenzio infinito, e
ricordo il tempo passato e quello presente e vivo
e il suo rumore; Così, in questa immensità il
mio pensiero affonda: e naufragare in questo
mare sterminato è dolce.

 

Fonte: http://ciaociaobyby.wikispaces.com/file/view/l%27infinito+di+G.Leopardi.doc

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