Il continente americano dopo il 1750

 

 

 

Il continente americano dopo il 1750

 

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Il continente americano dopo il 1750

Il continente americano dopo il 1750



A metà del Settecento la popolazione dei sudditi inglesi sul nuovo continente si avviava a raggiunge­re il livello di un milione e mezzo, mentre i francesi erano solo poco più di 80 000.


Francesi, Inglesi e Indiani.

Il tentativo di valorizzare rapidamente la Louisiana compiuto dal governo francese era completamente fallito e l'insediamento di Nouvelle Orléans, fondata nel 1718, contava solo poche centinaia di abitanti, mentre un altro migliaio di francesi si trovava nei fortini costruiti lungo la vai le dell'Illinois. In questa direzione era molto forte la pressione dei piantatori di tabacco della Virginia. La migliore carta da giocare in una futura nuova guerra restava per i francesi l'alleanza con le tribù indiane e quando verso il 1750 i virginiani comin­ciarono a sconfinare sempre più profondamente nell'Ohio, i francesi seppero fare buon uso della lo­ro migliore conoscenza dei luoghi, della vecchia pratica della guerriglia nei boschi e della capacità diplomatica di coordinare la resistenza dei pellirosse.


La guerra per il dominio del continente.

A partire dal 1754 gli scontri di frontiera divennero guerra aperta. Fino al 1756 le sorti del conflitto volsero a favore dei francesi e dei loro alleati pellirosse, ma con l'inizio della guerra dei sette anni l'Inghilterra mise in movimento tutte le sue forze navali e terrestri. Il cuore strategico dello scontro si spostò verso il Canada e la guerriglia indiana cominciò a dimostrarsi insufficiente. Nel settembre del 1759 i fran­cesi persero Québec e l'anno successivo anche Montréal dovette arrendersi ai suoi assedianti. La guerra era a questo punto già decisa, ma ebbe una fase di ripresa quando la Spagna, preoccupata per le sue isole antillane, si lasciò persuadere a inter­venire accanto al ramo principale della famiglia reale dei Borbone.

La pace di Parigi del 1763 lasciò alla Francia i pos­sessi nelle Antille, ma fece conquistare all'Inghilter­ra il Canada, mentre la Spagna dovette cedere la Florida.

Il confine occidentale del Nordamerica anglosassone fu portato al Mississippi e la Francia pose fine al proprio esperimento di alleanza con i pelIirosse, rinunciando in favore della Spagna ai suoi diritti sulla Louisiana.


Le colonie americane.

Sorte in tempi e con modalità molto diverse, le tredici colonie inglesi in America settentrionale non costituivano un complesso unitario. Le cinque colonie meridionali (Virginia, Maryland, North Carolina, South Carolina e Georgia) erano caratterizzate dall'economia della piantagione (il tabacco) e dalla forte diffusione della schiavitù. La classe dirigente era qui costituita da una aristocra­zia terriera molto simile a quella inglese e l'autorità della Chiesa anglicana era indiscussa.

Nelle quattro colonie del centro (New York, Pennsylvania, New Jersey, Delaware) si trovavano le città e i porti più importanti dell'intero complesso territo­riale: Filadelfia (con 23 000 abitanti), New York e Baltimora. Una parte consistente della popolazione era qui costituita, oltre che dagli olandesi e dagli svedesi, che erano stati i primi a insediarsi nella vecchia Nuova Amsterdam e nel Delaware, da re­centi immigrati tedeschi, da scozzesi e da irlandesi delI'Ulster.

In queste colonie la piccola proprietà terriera, a dif­ferenza di quanto accadeva nel Sud, era assai più diffusa del latifondo, mentre le nuove ondate di immigrazione venivano creando una spinta irresi­stibile all'espansione verso le terre dell'Ovest.

Questi caratteri si ritrovavano anche nelle quattro colonie del Nord, di solito chiamate Nuova Inghil­terra (Massachusetts, Connecticut, New Hampshi­re, Rhod Island). Esse avevano una popolazione to­talmente inglese e in massima parte composta di non-conformisti religiosi, che non riconoscevano l'autorità della Chiesa anglicana e che possedeva­no ancora ben viva (specie nel Massachusetts) una tradizione puritana di rigorismo morale e di intolle­ranza nei confronti dei non appartenenti alla Chie­sa calvinista.


La soggezione economica delle colonie.

Tutte le colonie erano sottoposte a una legislazione che li­mitava fortemente le loro attività produttive e commerciali.

Le colonie dovevano avere rapporti commerciali unicamente con l'Inghilterra, vendendo a essa i lo­ro prodotti e comprando là ciò di cui avevano biso­gno; inoltre esse non dovevano produrre da sé ciò che potevano acquistare in Inghilterra, cioè dove­vano limitarsi alla produzione di materie prime e di beni come il tabacco.

In effetti gli americani rispettavano ben poco questi divieti: il contrabbando era universalmente diffuso e gli stessi governatori regi lo accettavano come un fatto inevitabile.

Se i produttori inglesi avevano il monopolio sul mercato in rapida espansione delle colonie (tutti gli americani erano vestiti da capo a piedi da prodotti inglesi), anche le colonie potevano godere dei van­taggi di un mercato ancor più dinamico, quale era quello inglese; d'altra parte i coloni pagavano sol­tanto modesti contributi fiscali al governo di Londra.




PER FARE IL PUNTO

La pace di Parigi del 1763 mise fine alla guerra dei sette anni e anche al conflitto che opponeva I francesi e gli inglesi nel continente americano, con l'assegnazione del Canada agli inglesi. i fran­cesi rinunciarono a favore dell'Inghilterra ai loro insediamenti a est del Mississippi e cedettero alla Spagna i loro diritti sulla Louisiana.


Soggette a una legislazione mercantilistica che limitava a favore dell'Inghilterra il loro sviluppo economico, le colonie inglesi in America setten­trionale erano però appena sfiorate dal fiscalismo della madrepatria e in più godevano di un largo margine di tolleranza per i loro traffici di contrab­bando.


La rivoluzione americana



Nel 1763 per il governo inglese era giunto il mo­mento che anche i sudditi americani di Giorgio III contribuissero a un bilancio statale divenuto più pesante a causa della guerra contro la Francia, combattuta anche per difendere loro stessi.


La battaglia contro la legge sul bollo.

A partire dal 1764 il controllo inglese sul contrabbando dalle co­lonie divenne più attento e nel 1766 entrò in vigore una legge che imponeva il pagamento di un bollo sugli atti pubblici e i giornali. Il primo tentativo di tassare gli americani provocò immediatamente proteste. I coloni, che non avevano diritto di voto per il parlamento di Londra, contestarono il diritto del governo di tassarli in base al principio no taxation without representation (niente tasse senza rappre­sentanti in parlamento).


La battaglia del tè.

La tensione tra le colonie ame­ricane e il governo inglese (che il re Giorgio III ave­va affidato ai tory) divenne particolarmente acuta nel 1773. La East India Company stava attraversando in quel momento una fase di difficoltà commerciali e il par­lamento inglese la autorizzò a vendere direttamente il suo tè alle colonie americane.

Fino a quel momento i mercanti americani avevano preferito procurarsi il tè di contrabbando dagli olandesi, ma ora il prodotto della Compagnia sa­rebbe stato offerto al dettaglio sul mercato, a prezzi così bassi da rendere inutile il contrabbando stes­so. Ma il tè a basso costo non solo spingeva i mer­canti delle città americane su posizioni più estremi­ste, ma soprattutto dimostrava che il parlamento di Londra era completamente asservito agli interessi della Compagnia delle Indie. Nel dicembre 1773, mentre tutto il paese era già in agitazione, un grup­po di bostoniani rovesciò in mare, nel plauso gene­rale, il carico di tè che si trovava a bordo delle navi della Compagnia ancorate nel porto.

Subito il governo inglese intervenne con una serie di provvedimenti repressivi contro la colonia del Massachusetts.


La creazione dell'esercito di liberazione.

Un con­gresso di delegati delle colonie si riunì con tutta rapidità a Filadelfia e invitò gli americani a un boi­cottaggio totale delle merci di provenienza inglese, mentre un estremo appello veniva lanciato a Gior­gio III perché ponesse la sua autorità contro la ti­rannide del parlamento.

Di fronte ai massicci invii di truppe dall'Inghilterra, un secondo congresso tenutosi a Filadelfia nel maggio 1775 decise di procedere alla costituzione di un esercito di liberazione, il cui comando fu affi­dato a un gentiluomo latifondista del Sud, George Washington, che era già stato ufficiale nella prece­dente guerra contro i francesi e che godeva di un indubbio prestigio personale anche al di fuori della sua Virginia.


La dichiarazione d'indipendenza e la guerra con l'Inghilterra.

L'anno successivo, il 4 luglio 1776, il Congresso di Filadelfia si decise a un passo più ra­dicale e approvò una Dichiarazione d'indipenden­za, cui aveva dato un contributo essenziale il pro­prietario terriero virginiano Thomas Jefferson, la cui cultura politica era imbevuta delle idee di Mon­tesquieu e di Rousseau.

La Dichiarazione affermava: il diritto di tutti gli uomini alla vita, alla libertà, alla felicità; la dipen­denza del potere politico dal consenso dei cittadini; il diritto-dovere, per questi ultimi, di ribellarsi a un governo dispotico, e concludeva rivendicando l'in­dipendenza delle colonie.

Su tali basi, era inevitabile il conflitto con l'Inghil­terra, che durò, con alterne vicende, fino al 1783.

Dall 778 le colonie poterono godere del decisivo appoggio militare francese, negoziato dall'amba­sciatore a Parigi Benjamin Franklin. Al congresso di pace, tenuto a Versailles nel set­tembre 1783, le colonie furono riconosciute dall'In­ghilterra come Stati Uniti d'America, mentre la Francia ebbe una rivincita se non territoriale alme­no di prestigio.


La Costituzione americana.

Mentre la guerra era ancora in corso, il Congresso di Filadelfia aveva proposto sin dal novembre 1777 all'approvazione dei singoli stati un progetto di costituzione; solo nel marzo 1781 questi articoli ebbero l'assenso delle assemblee di tutti e tredici gli stati.

Questa prima Costituzione americana sanciva la priorità degli stati sulla Confederazione: essi era­no nati e si erano dati una costituzione prima o almeno indipendentemente dalla dichiarazione del 4 luglio 1776 e perciò non intendevano ri­nunciare alla loro piena sovranità. I poteri affidati all'organo confederale, il Congresso, risultarono perciò piuttosto deboli.

Il timore di una disgregazione dalla confederazione indusse a convocare nel 1787 un nuovo congresso costituente a Filadelfia. Il nuovo testo accrebbe i poteri dello Stato federale sui singoli stati e creò la figura di un presidente elettivo. Le elezioni ebbero luogo il 4 febbraio 1789 e Geor­ge Washington risultò il primo presidente degli Stati Uniti.






PER FARE IL PUNTO

Conclusa la guerra con la Francia per il predominio sul continente americano, il governo in­glese tentò di affermare la propria sovranità fisca­le sulle colonie.


Dopo dieci anni di compromessi, il governo in­glese si decise infine a usare la maniera forte, spingendo le colonie alla ribellione e alla dichia­razione d'indipendenza (1776). Ottenuta la vittoria nel conflitto che ne seguì, i nuovi stati americani furono riconosciuti dall'Inghilterra nel 1783.


La Costituzione che gli Stati Uniti si dettero nel 1781 ebbe un marcato carattere confederale, affi­dando soltanto scarsi poteri al Congresso che do­veva rappresentarli. La nuova Costituzione del 1787 realizzò un nuovo compromesso fra le diver­se forze sociali e politiche nonché fra potere cen­trale e poteri locali.


Fonte: http://gritti.provincia.venezia.it/sintesidistoria/rivoluzione_americana.doc

Sito web da visitare: http://gritti.provincia.venezia.it/

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